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Dal sentirmi isolato al diventare parte della comunità… un’esperienza a cui voglio tornare

2 ore fa
Tempo di lettura: 2 min

Sono Ruben Tic e a 22 anni sono stato volontario per 6 mesi nella periferia di Nairobi in una casa per ragazzi di strada (Familia ya Ufariji children’s home). In questa struttura ragazzi di strada dai 9 ai 16 anni che desiderano cambiare vita vengono riabilitati sui seguenti punti: interrompono l’uso di droghe come colle o eccitanti (Khat), riprendono una vita con regole e studio, vengono lentamente riportati in un nucleo familiare.

In questa struttura ho lavorato insieme a dipendenti locali nell’educazione/riabilitazione dei ragazzi, nel loro svago, e in altri lavori pratici di gestione come in cucina.

Intrapresi questa esperienza perché la ritenni importante per il mio sviluppo umano. Dalla mia decisione passarono vari mesi e al momento della partenza avevo perso quello spirito iniziale, tanto che non ero più sicuro sarebbe stata un’esperienza positiva. Arrivato lì avevo molti dubbi se essere volontario avesse in realtà un senso. Continuai comunque le mie attività, rimanendo a contatto con questi ragazzi usciti dalla strada che tanto hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro. Ma proprio nel dare a questi ragazzi, proprio nel rapporto di fiducia con loro, è venuta fuori decisa quella umanità che inizialmente cercavo, e che poi sarebbe stata tanto di valore per me.


Arrivato in comunità ho dovuto ambientarmi in una realtà nuova, che mi è risultato facile per il mio carattere, ed inserirmi nel contesto lavorativo. Per quest’ultimo punto ho avuto difficoltà perché i lavoratori locali non mi hanno aiutato in nessun modo. Ho dovuto chiedere io tutto e ho dovuto crearmi una figura da zero. D’altra parte non sono mai stato ostacolato, ed anzi la mia figura è stata accettata dandomi sempre compiti di responsabilità.


I primi mesi sono stati sicuramente isolanti. I ragazzi infatti non svolgono alcuna attività al di fuori della struttura. Inoltre sono stato l’unico volontario occidentale, fatta eccezione solo di una volontaria storica italiana presente durante il primo mese. Grazie a lei ho conosciuto un’altra casa famiglia gestita da italiani nelle vicinanze. Proprio questa scoperta mi ha aperto molte possibilità al di fuori della mia comunità durante la seconda metà della mia permanenza. Consiglio infatti a futuri volontari di chiedere al missionario di riferimento della comunità i contatti per questa realtà distante pochi minuti a piedi (G9 children’s home della comunità Papa Giovanni XXIII). 

Le mie giornate erano molto piene. La mattina mi occupavo dei ragazzi nuovi della comunità che nei primi mesi si preparano al ritorno a scuola. Li aiutavo per riprendere a studiare, che in alcuni casi voleva dire insegnarli a leggere e a scrivere. Inoltre li guidavo in attività manuali legate alla gestione della struttura e della campagna, in cui i ragazzi nuovi sono coinvolti. Aiutavo anche per la preparazione dei pasti, preparati per i ragazzi della comunità e della scuola presente nella struttura. Nel pomeriggio davo supporto nei compiti per casa e giocavo con loro a calcio. 

Nei mesi sono entrato sempre più all’interno della comunità anche a livello gestionale. Verso la fine della mia esperienza ho anche potuto proporre dei cambiamenti, spesso con successo, dandomi grandissima soddisfazione.


Per far capire come io ricordo oggi questa esperienza dico solo che tenterò al più presto di tornare.


 
 
 

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