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Libano mi ha confermato la persona che vorrei essere

  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Ero molto curiosa ed entusiasta all’idea di partire per il Libano: non vedevo l’ora di immergermi in una nuova cultura, conoscere le persone, imparare da loro e rimettermi in gioco anche con il dialetto levantino che avevo iniziato a studiare a Gerusalemme. Dal punto di vista professionale, mi aspettavo di affiancare il project manager e iniziare a capire concretamente il lavoro nelle diverse fasi del ciclo di progetto, come concordato prima della partenza, un’esperienza che consideravo fondamentale per il mio futuro nella cooperazione.


All’arrivo mi ha accolta un tassista: ero un po’ spaventata per l’incertezza, ma soprattutto curiosa di iniziare. Fin da subito mi ha colpito la povertà, in particolare il numero di bambini per strada anziché a scuola.


All’interno dell’organizzazione mi sono inserita bene, grazie soprattutto a una collega molto disponibile che mi ha guidata in un contesto nuovo e complesso, e al supporto di un altro volontario già presente. Tuttavia, non è stato sempre facile: in ufficio ci sono stati momenti di stallo

in cui ricevevo pochi compiti e facevo fatica a sentirmi davvero utile. Mi aspettavo anche che il programma concordato prima della partenza fosse almeno in parte seguito e che il mio tutor riuscisse a coinvolgermi e seguirmi di più, delegando alcune attività. Comprendo però il peso delle

sue responsabilità e sono comunque grata per l’opportunità e per il tempo che mi ha dedicato.


Parallelamente, ho vissuto esperienze molto forti e significative. Tra le più belle, il lavoro di smistamento dei medicinali al Barbara Nasser Cancer Center insieme a Danielle, la sua dolcissima cagnolina Chipie e Stephanie, due volontarie, e Celine e Lea, due studentesse di medicina e farmacia: un momento fatto di collaborazione, scambio di risate, storie e prospettive, e anche un’occasione preziosa per praticare la lingua. Non dimenticherò mai i volti grati dei medici che venivano a ritirare i medicinali raccolti, smistati e organizzati da noi.


Indimenticabile anche l’incontro con Lamia, direttrice di un’ONG che sostiene donne migranti (principalmente da Etiopia, Eritrea e Sudan), lavoratrici domestiche, spesso vittime di abusi e sfruttamento, offrendo loro formazione, insegnamento della lingua e, soprattutto, uno spazio sicuro dove potersi ritrovare e sostenere a vicenda. Mi ha accolta come una figlia, cucinandomi ottimi pranzi e permettendomi di imparare moltissimo dalla sua esperienza, sia sul piano umano sia su quello professionale. Porto con me anche il calore di Lydie e Joseph, che mi hanno accolta nella loro famiglia facendomi sentire a casa.

Il Libano e le sue persone mi hanno dato tantissimo: accoglienza, gratuità, valore della vita comunitaria, forza, determinazione, intelligenza, simpatia e ambizione nonostante le difficoltà. Questa esperienza mi ha profondamente ispirata sia dal punto di vista umano che professionale; mi ha reso ancora più chiaro che persona voglio essere e il lavoro che voglio fare, confermando il mio desiderio di lavorare nella cooperazione allo sviluppo/umanitaria e continuare a mettermi al servizio dell’altro.

Alla fine, posso dire che l’esperienza ha superato le mie aspettative: intensa, breve ma profondamente trasformativa. Se da un lato avrei voluto essere più seguita professionalmente, dall’altro ho imparato moltissimo in altri modi. Avrei anche voluto restare più a lungo, ma tra la difficoltà nel trovare nuove opportunità e lo scoppio della guerra non è stato possibile.

Porto con me i volti e le storie delle persone incontrate, e una consapevolezza ancora più forte del

privilegio in cui viviamo rispetto a tante altre realtà. Soprattutto, porto con me la volontà di mettermi al servizio dell’altro nella mia vita e nel mio lavoro, per contribuire – anche nel mio piccolo – a migliorare le condizioni di vita di chi ha avuto meno fortuna.

 
 
 

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