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Kenya e la nostalgia di un modo più vero di vivere

  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min


Sono Alessandro, ho 25 anni, faccio il cuoco come libero professionista per eventi privati a domicilio. È un lavoro che mi dà tanto, mi ha fatto crescere, mi responsabilizza… ma allo stesso tempo mi toglie molto: tempo con la famiglia, relazioni, momenti veri.

Un paio di mesi fa sono tornato da tre mesi in Africa, in Kenya.


Sono partito con due motivi nel cuore.  Il primo era personale: avevo bisogno di ridimensionare la mia vita quotidiana. Quando si lavora tanto, si corre, si inseguono obiettivi, si rischia di perdere il senso delle cose. Sentivo il bisogno di fermarmi e di rimettere a fuoco ciò che conta davvero.


Il secondo motivo era più semplice ma più grande: volevo esserci per chi ha più bisogno.


Sono stato in Kenya, tra Nairobi e i villaggi a nord della città. Con la nostra associazione seguivamo alcune scuole: una in un villaggio più semplice ma dignitoso, un’altra nella baraccopoli vicina, dove la povertà è davvero assoluta. Due realtà a pochi chilometri di distanza, ma con differenze enormi.


Le mie giornate erano fatte di cose semplici: giocare con i bambini, aiutarli con i compiti di matematica e inglese, provare a imparare qualche parola di swahili. All’inizio pensavo di andare per “insegnare” qualcosa. Poi ho capito che ero io quello che stava imparando di più.

Ho imparato che un sorriso può nascere senza avere nulla.

Ho imparato che si può condividere tutto anche quando si ha pochissimo.

Ho imparato che la gioia non dipende da ciò che possiedi, ma da come vivi ciò che hai.



Successivamente ho trascorso due settimane in un centro di recupero per persone con dipendenze da droga e alcol. È stata un’esperienza fortissima. Ho deciso di viverla come loro: senza telefono, con una routine molto precisa. Sveglia alle sei, rosario, Messa, colazione, lavoro nei campi, pranzo, riposo per il caldo, poi di nuovo lavoro con gli animali, doccia, cena e infine un momento di condivisione della giornata.


All’inizio è stato difficile. Il silenzio, il distacco, la fatica fisica. Ma proprio lì ho incontrato una forza incredibile: uomini che avevano toccato il fondo e che avevano una voglia di rinascere che mi ha profondamente colpito. Ho visto cosa significa lottare ogni giorno per cambiare vita. Ho visto cosa significa affidarsi davvero.


Prima di partire, avevo paura. Paura di non trovarmi bene, di sentirmi solo, di non essere all’altezza. Oggi, invece, posso dire che il “mal d’Africa” esiste davvero. Non è nostalgia esotica. È la nostalgia di un modo più vero di vivere.

 L’Africa non mi ha insegnato che lì sono più poveri. Mi ha insegnato che noi, a volte, siamo più poveri di relazioni.


Loro, con poco, sanno vivere il presente. Sanno godersi ogni momento. Sanno ancora mantenere rapporti umani autentici, profondi, comunitari. Qui spesso abbiamo tutto, ma corriamo, siamo distratti, siamo soli in mezzo a tante cose.


Questa esperienza non mi ha cambiato perché ho fatto qualcosa di straordinario. Mi ha cambiato perché mi ha fatto capire che la missione non è “andare lontano”. La missione è imparare a guardare chi hai accanto.



Oggi sono tornato a fare il mio lavoro, a cucinare, a organizzare eventi. Ma lo faccio con uno sguardo diverso. Cerco di dare valore al tempo, alle persone, alla presenza. Cerco di non dare più per scontato nulla.


Se devo lasciare un messaggio, soprattutto ai giovani come me, è questo:

non abbiate paura di partire. Non per scappare, ma per incontrare. Non per sentirvi eroi, ma per lasciarvi cambiare.  Perché alla fine si parte pensando di dare… e si torna avendo ricevuto molto di più. 


Alessandro Attardo

 
 
 

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