Gente e terra di grandi richezze

 

Por Trini Buffo (Voluntaria Argentina en la Fundacion UNISOL)

Un viaggio di volontariato. Cosa dire? Chi è il volontario? Secondo alcuni, un voluntario è chi sceglie di inserirsi un una attività o progetto per dare o fare qualcosa per una comunità. Io direi che è chi prende l’iniziativa, tutto il resto dipende de tante altre cose. Oltre a quello che si puo donare o fare, uno arriva da lontano senza risposte per la comnità e senza conoscere. E come è andata me?

Quando ho iniziato a vivere un tempo li, ho advertito che entravo nella realta boliviana, in una zona tropicale, fertile, al di fuori della città di Santa Cruz della Sierra, nel quartiere Victoria, sono stata accolta da una famiglia che merita essere conosciuta grazia a su bel testimonio.

Da alcuni anni che Reina e Jorge hanno deciso di ricevere a casa loro bambini di strada, abandonati. Al tempo insieme ad altri hanno aperto il Centro “Clara Luz” che oggi offre educazione e nutrizion a più di 50 bambini.

Miei giorni, senza ripeterse, si sono basati nel condividere con la famiglia e prendere cura dei bambini che vivono nella vulnerabilità. Ho cercato di insegnare qualcosa e giocare con loro. A volte mi trovavo nei mercati locali, nelle fiere acompagnado Regina a cercare alimento e materiale per la scuola. Altre volte giocavo calccio, sentivo i problemi della cuoca mentre sbucciavammo le patate. Pasavo dai carrelli tra la moltitudine, la mescola di sapori, il rumore di una città comerciale e il silenzio a casa pensado al giorno visuto e quello che verrà.

Un pomeriggio, dopo una lunga chiacherata, Regina mi ha racontato che per lei la giogia da penelate nella vita, e che nella sua erano molto semplici. Ancora una volta imparavo da lei ad aprezzare lo semplice.

La signora Ana, con un sorriso ancora disperato per la sua solitidine e il suo marito in priggione, mi ringrazia per prendere cura de suoi bambini, la signora Esperanza incontra in me a chi raccontare i suoi pensieri, vedo ad Abel laborare sodo per dare il meglio ai suoi, le barzelette di Juan, il tererè di Dani, ascoltare anecdote della infanzia di Jorge, raccgliere fruta con José, giocare al Volley con Ernesto.

Percorrere le strave, observare. Nulla e totalmente nuovo, lo sapiamo, ci sono le desigualianze. Le vediamo da tutte le parti, ma viverle da vicino mi fano guardarle con altri occhi. Riesco addatarmi, incomincio a capirle e scoprire il bello che nascondono.

In Vallegrande è cresciuta Reina e suoi fratelli. Ogni tanto vano a laborare li dove ancora hanno il campo, e così sono andata anch’io un paio di volte. Per le montagne, area fresca habiamo fatto un lungo viaggio di terra e pozzi. Alla fine siamo arrivati alla casetta di fango. Subito abbiamo iniziato a utilizare il macete per tagliare l’erba, dopo pascolare le muche, mungere, dar da mangiare alle galline, cercare terreni, l’instalazione del bagno, fare pozzi, dipingere le porte e le finestre. Caduta la notte in torno al fuoco, il te di “cedron”, vesciche nelle mani e la chitarra per cantare qualche zamba. Ho guardato con atenzione alle persone del posto, come vivono: cominciando la giornata al alba per seminare, prendere l’arto, raccogliere, caminare e caminare. Foglia di coca e laboro. Sacrificio, un po di soldi e paisaggio, bei paisaggi. Dopo due giorni siamo ritornati a Santa Cruz.

Sinceramente ho avuto delle difficoltà. Ho sentito il pregiudizio per la mia aparienza, la mia condizione socio-económica. Ho sentito che mi consideravano inutile, che vivevo sotto una campana di vetro, senza sapere nulla della vita. In altri momenti mi sono sentita schiacciata (non solo per le condizioni climatiche) per l’ambiente che si viveva nel quartiere, alle volte un po violento e molto denso, anche i problemi che vedevo nella famiglia e de la gente che lavoraba li. In quei giorni mi sentivo un po’ giù, quante cose aver perso, quanto mi sara sfugito per no essere stata più atenta e disponibile. Altre volte non era semplice vincolarse con le persono, sono un po’ introversi. In alcuni casi le barriere erano culturali, in altri perche mi sentivano stranea. Cera una distanza? Tante volte o tentato di parlare, altre rispetare il silenzio con risposte brevi. Volevo conoscerli, darmi a conoscere, però ho capito che il modo di vincolarsi che conoscevo non è l’unico e quindi ci vuoleva un po di pazineza.

Al dire che si riesce a fare oltre noi stesi, voglio dire che la famiglia mi ha permeso di conoscerli perche mi hanno fatto sentire una di loro. Non solo per avermi dato tetto e civo, mi hanno fatto sentire a casa. Hanno raccontato me la loro stora, affrontare degli ostacoli, le loro sofferenze, la risposta loro con impegno e servizio. Aprirono le porte della loro vita e di tutto il popolo, della sua cultura, che mi ha insegnato l’importanza di conoscerci, di condividere essendo vicini gli uni degli altri.

Oggi al fermarmi a ricordare i giorni a Bolivia, riconosco cose che in quel momento non vedevo, oggi capizco la loro grandeza. Soptratutto, oggi sono grato con più conscenza della richeza che ho trovato, la umiltà, la generosità, l’amore alle radici, l’amore allo quotidiano. E il più importante, continuare a coltivare se stesso con quelli che ci circondano tutti giorni, i rapporti che costruiamo con le persone.